Zaia, il consumo del radicchio rosso pieno di PFAS (anche a corta catena) è sicuro per la salute umana?

e PFASs si accumulano nel radicchio rosso, soprattutto le PFASs a catena corta. Il massimo dell’accumulo fu misurato per il PFBA, nelle radici (con un massimo di 43.000 ng/grammo di peso secco), seguito poidalle foglie e dalla testa della cicor

Gli autori di uno studio appena pubblicato in anteprima compiuto da ricercatori dell’Università di PD, dell’IRSA-CNR e dell’ARPAV hanno condotto un esperimento in serra, irrigando ceppi di radicchio rosso con acqua contenente concentrazioni variabili di 9 PFAS (vedi figura tratta dall’articolo originale); il radicchio fu fatto crescere su un terreno contenente anch’esso concentrazioni variabili delle PFASs esaminate. In particolare le concentrazioni totali delle PFASs erano 0,1, 10 e 80 µg/litro, cioè rispettivamente zero, 1000, 10.000 e 80.000 nanogrammi/litro per quanto riguarda l’acqua usata per l’irrigazione e 0,100 e 200 ng/grammo di terreno espresso come peso secco. Furono utilizzati 12 trattamenti.

Accumulo delle PFAS nelle varie parti del radicchio rosso irrigato in serra con acqua contaminata da nove tipi di PFAS

I risultati dello studio dimostrano come le PFASs si accumulano nel radicchio rosso, soprattutto le PFASs a catena corta. Il massimo dell’accumulo fu misurato per il PFBA, nelle radici (con un massimo di 43.000 ng/grammo di peso secco), seguito poi dalle foglie e dalla testa della cicoria. Il contenuto di PFASs a catena lunga diminuiva proporzionalmente alla lunghezza della catena delle PFASs. L’uso dell’acqua di irrigazione aumentava il trasporto di PFASs nelle parti aeree della cicoria, soprattutto delle PFASs a catena lunga. Come evidenziato dagli autori, i PFASs a corta catena (PFBA, PFBeA, PFAxA e PFBS, rispettivamente) si accumulano in tutte le parti della pianta, in accordo con i risultati ottenuti da altri autori che hanno studiato la distribuzione delle PFAS in altri tipi di vegetali, ortaggi e cereali. Nelle foglie le concentrazioni delle PFASs a catena lunga erano inferiore al limite di rivelazione della metodica, ma erano regolarmente presenti nella testa, la parte edibile (cioè quella che si mangia) della pianta.

In attesa di di leggere l’articolo nella sua versione definitiva, non possiamo a far altro che invitare tutti quei funzionari che per anni si sono sperticati ad avallare acriticamente le versioni delle multinazionali americane 3M e DuPont, nonché della Miteni, secondo le quali le PFAS a corta catena non si accumulano nei prodotti vegetali, ad andare a nascondersi e a dimettersi se ancora hanno un minimo di pudore residuo. Soprattutto coloro che sui siti istituzionali, sulle pagine facebook aziendali e negli incontri con la popolazione hanno sempre sostenuto che gli alimenti prodotti nella zona rossa erano sicuri e non costituivano una fonte di contaminazione per la popolazione. Fandonie. Fandonie, null’altro che fandonie

A nascondersi e a chiedere scusa a noi i ISDE in primo luogo e a tutti gli altri cittadini che sono stati lasciati in balia delle PFAS contenute negli alimenti e sacrificati sull’altare degli schei. Con la complicità interessata della Coldiretti, che ricordiamolo, ci inviò tanto di diffida perché le informazioni da noi (assieme al Coordinamento acque libere dai Pfas) stavano “ingenerando un allarmismo diffuso fra la popolazione, con una ricaduta notevole in danno ai coltivatori e allevatori della zona”.

Vergogna, Zaia, vergognati assieme a tutti coloro con i quali hai gestito l’affaire PFAS in Veneto. E comincia ad applicare finalmente il principio di precauzione, che finora ne avete fatto strame.

Uptake and translocation of perfluoroalkyl acids (PFAA) in red chicory (Cichorium intybus L.) under various treatments with pre-contaminated soil and irrigation water
AndreaGredelja
CarloNicolettobSaraValsecchicClaudiaFerrariocStefanoPolesellocRobertoLavadFrancescaZanondAlbertoBarausseaeLucaPalmeriaLauraGuidolineMarcoBonatoe


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https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2019.134766


La Regione Veneto non pubblica la mia richiesta di rettifica a sue dichiarazioni non vere

la posizione ufficiale di ISDE sul rischio associato ai PFAS è stata presentata in documenti ufficiali scaricabili dal sito www.isde.it e in due convegni organizzati per la classe medica e la comunità scientifica con il patrocinio degli Ordini dei Medici provinciali di Vicenza e Verona

L’Area Sanità e sociale della regione Veneto ha recentemente rilasciato un comunicato stampa contenente affermazioni non corrispondenti al vero. La richiesta di rettifica inviata con pec all’ufficio protocollo e all’ufficio stampa della regione Veneto in data 11/2/2019 non è stata finora pubblicata. Ennesima scorrettezza nei confronti miei e di ISDE. Come al solito i funzionari pagati con i soldi pubblici, quindi anche con i miei e degli altri membri ISDE, rifuggono dal confronto con un’associazione riconosciuta a livello internazionale da sempre in prina linea nella difesa della salute e dell’ambiente, Ecco il testo della richiesta di rettifica che non vedrete mai pubblicata con i link ai documenti richiamati nel testo.

Oggetto: comunicato stampa dell’Area sanità e sociale della Regione Veneto n. 203 del  giorno 07/02/2019” richiesta di precisazione e rettifica ai sensi dell’art. 8 Legge 47/1948

Scrivo in relazione al comunicato stampa dell’Area sanità e sociale della Regione Veneto n. 203 del  giorno 07/02/2019, pubblicato sul sito web www.regioneveneto.it ed ampiamente riportato dalla stampa negli ultimi giorni,  dal titolo “Pfas, Regione Veneto replica a ISDE, Medici per l’Ambiente. Non risulta aumento del rischio tumori.”

In quest’ultimo comunicato ufficiale si legge:

In merito a quanto recentemente affermato dai rappresentati di ISDE, in particolare dal Dott. Vincenzo Cordiano, Presidente di ISDE Veneto, sul quotidiano L’Arena di Verona, nell’edizione di mercoledì 6 febbraio 2019, l’Area sanità e sociale della Regione Veneto puntualizza quanto segue:

A tutela del benessere fisico e psicologico delle popolazioni esposte, occorre innanzitutto ribadire l’assoluta priorità della trasparente divulgazione dei dati disponibili. Non è ammissibile, infatti, come fa l’ISDE, attribuire a “caso” l’aumento di patologie quali l’incrementato rischio di tumori ematologici (leucemie) che, allo stato attuale, non risultano correlate a tale sostanze”.

Trattasi di affermazioni contrarie al vero, come d’altronde è facilmente verificabile dalla semplice lettura dell’articolo pubblicato il 06/02/2019 sul quotidiano “l’Arena di Verona”, dal titolo “PFAS? Non solo colesterolo”, a firma del giornalista Luca Fiorin, il quale riporta abbastanza fedelmente alcune mie dichiarazioni rilasciate durante un’intervista nella quale non è stato nemmeno sfiorato il tema dei tumori di qualsiasi tipo, e tantomeno di quelli ematologici. Ed infatti nulla è riportato sul punto nell’articolo in esame.

Tanto premesso, preme precisare che la posizione ufficiale di ISDE sul rischio associato ai PFAS è stata presentata in documenti ufficiali scaricabili dal sito www.isde.it e in due convegni organizzati per la classe medica e la comunità scientifica con il patrocinio degli Ordini dei Medici provinciali di Vicenza e Verona (cui l’Area sanità e sociale della Regione Veneto si è rifiutata di inviare suoi rappresentanti come relatori).

Quanto all’ulteriore frase riportata nel comunicato stampa secondo cui i dati istituzionali sconfesserebbero  “le affermazioni recenti e passate di rappresentanti dell’ISDE sulle malattie di cui le sostanze perfuoroalchiliche sarebbero causa di qualsiasi tipologia di patologia quali le leucemie, linfomi non Hodgkin, ecc. “, si precisa che le malattie che ISDE ritiene siano associabili all’esposizione ai PFAS sono quelle il cui rischio risultò aumentato nello studio congiunto ISDE-ENEA, presentato per la prima volta a Roma  nella sede dell’ENEA il 5 maggio 2016. Quest’ultimo è il primo studio epidemiologico indipendente compiuto sulla popolazione veneta esposta ai PFAS e finora l’unico ad essere stato pubblicato su riviste internazionali peer reviewed.

Nel nostro studio evidenziammo per la prima volta un eccesso di mortalità per quelle stesse patologie, e praticamente con gli  stessi aumenti percentuali,  ricordate nel comunicato stampa dell’Area sanità e sociale.

Dunque, gli stessi studi condotti successivamente al nostro dalla Regione Veneto confermano in modo autorevole che l’esposizione ai PFAS non provoca soltanto un aumento del colesterolo ematico.

Altri importanti studi istituzionali, che nel comunicato stampa l’Area sanità e sociale omette di ricordare, evidenziano il notevole aumento dei cancri al testicolo nel comune di Lonigo, nonché l’eccesso di neonati prematuri e di diabete mellito in gravidanza nella zona rossa.

Tanto premesso e precisato, chiedo dunque di voler provvedere, anche ai sensi dell’art. 8 Legge 47/1948, alla rettifica di quanto riportato nel comunicato stampa n. 203 del 07/02/2019 con risalto analogo ed analoghe modalità di diffusione a quelli riservati al comunicato medesimo.

Risulta in ogni caso evidente l’obiettiva portata lesiva dell’onorabilità del sottoscritto e dell’Associazione che rappresento nel Veneto l’affermazione della supposta attribuzione “a caso” dell’aumento di patologie non correlate a tale sostanze. In proposito ci si riserva comunque ogni azione in tutte le sedi consentite.

Distinti saluti.

Valdagno, Addì, 11/02/2019

Vincenzo Cordiano

A quando il divieto di consumo dell’agone nel lago di Garda e degli altri laghi subalpini del Nord Italia?

elevate concentrazioni di PFOS in atri tipi di pesce dei laghi del Nord Italia (anguille del lago Garda, persico reale dei laghi di Varese e Maggiore, lavarello del lago Maggiore), senza parlare delle anguille di Comacchio, dei mitili del mare Adriatico e di numerose altre specie animali marini e terrestri.

Agoni o sarde di lago. Di Paolo Perini] – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34113244

L’agone (Alosa agone  sinonimo Alosa fallax lacustris) è un pesce di acqua dolce appartenente alla famiglia dei Clupeidi dell’ordine degli Clupeiformes, ci dice Wikipedia. L’agone è molto apprezzato non solo localmente attorno principali laghi del Nord Italia e ma è anche commercializzato a lontano dal luogo di pesca; piò essere consumato fresco, essiccato o sotto sale, come le sarde. Sul lago di Garda è conosciuta anche come sarda di lago. Ricordo di averla mangiata una sola volta, qualche anno fa, dopo una bellissima gita alle incisioni rupestri di Torri del Benaco, guidati dal mio amico Mario Plazio e da Angelo Peretti, il noto gourmet, scrittore di vini e di cucina nonché  ideatore del sito Internet Gourmet .

Anche se molto gustosa, non mangerò mai più la sarda di lago caso mai ripassassi dalle parti del Garda o di qualsiasi altro lago del Nord Italia, E consiglio anche voi di non mangiarle, a meno che non vogliate farvi un carico di PFAS e di altri interferenti endocrini per esempio la diossina qualora vi trovaste dalle parti di Lazise, Bardolino ecc.

Uno studio recente ha esaminato campioni di Agoni pescati nei principali laghi del Nord Italia (Garda, Iseo, Como, Maggiore, Mergozzo). Gli autori hanno cercato una ventina di PFAS, fra cui quelli dosati dalla Regione Veneto nell’acqua,  negli alimenti e nel nostro sangue.

E li  hanno trovati, Soprattutto negli agoni pescati nel Lago Maggiore le concentrazioni di PFOS sono risultate preoccupanti, fino a 16,6 nanogrammi per grammo (ng/g)  di filetto. L’esemplare più “genuino”, per così dire,  ne aveva “soltanto” 0,4 ng/g   e proveniva dal lago di Iseo. Nei campioni provenienti dal Garda c’erano concentrazioni intermedie, fra 1,7 e 4,8 ng/g.

 Gli autori dello studio, forse perché un po’ deboli di stomaco, si sono limitati ad esaminare le parti nobili dei pesci, i filetti. Se avessero usato il pesce intero, le concentrazioni di PFOS, che si accumula molto di più nel fegato e nelle visceri rispetto ai muscoli dei pesci, sarebbero probabilmente risultate molto più alte.

Per inciso, il PFOA era assente in quasi  tutti i campioni (o più precisamente inferiore al limite rilevabile), mentre la somma degli altri PFAS era sempre inferiore a quella del solo PFOS.

Gli autori sono tutto sommato tranquillizzanti nello loro conclusioni. Infatti, dicono, in base ai valori di  dose giornaliera tollerabile di PFOS (la famigerata  TDI proposta nel lontano 2008 dall’EFSA), soltanto in qualche esemplare di sarda del lago Maggiore le concentrazioni sono tali da far superare, negli abituali mangiatori di quella specie di pesce, la dose massima “consentita”. Ricordiamo che La TDI indicherebbe la dose massima di una sostanza estranea che può essere ingerita per ogni kilo di peso corporeo senza pericolo, dicono gli scienziati che si sono inventati questa storia della dose minima di veleno giornaliero consentito . Ma nel caso di molecole artificiali come i PFAS non esiste una dose per quanto minima di veleno che si può ingerire quotidianamente senza pericolo per la propria salute.

Un po’ sommessamente, ricordano che ci sono tuttavia altri valori di TDI proposti nel mondo, per esempio quelli dell’Australia e della Nuova Zelanda che per il PFOS sono di 20 ng/kg di peso al giorno. La TDI proposta dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza sugli alimenti che a sede a Parma) è per il PFOS di 150 ng/kg al giorno (quindi otto volte superiore a quella australiana) e di 1500 ng/kg al giorno per il PFOA.

Quindi se gli agoni del lago Maggiore fossero esportati in Oceania, probabilmente glieli rispedirebbero indietro per evitare di intossicare i cittadini australiani.

E anche in Europa la musica potrebbe presto cambiare se  la commissione europea si decidesse finalmente a far diventare legge le nuove TDI proposte dall’EFSA oramai due anni fa: per il PFOA 6 ng/kg a settimana (0,85 ng/kg/al giorno)  cioè una dose giornaliera 1875 inferiore a quella precedente. Per il PFOS la TDI è stata abbassata a 13 ng/kg a settimana (1,85 ng/kg al giorno), cioè 80 di volte di meno rispetto alla TDI del 2008.

Cosa significano questi numeri?

Facciamo un rapido calcolo e crediamo che se mangiaste soltanto un etto dell’agone del lago Maggiore con 16,6 ng/g di filetto, introdurreste un totale di 1660  (16,6 x 100) ng di PFOS, cioè la dose sufficiente per quasi due anni e mezzo (897 giorni per la precisione , cioè 1660 diviso 1,85).

Lascio a voi di calcolare per quanti giorni basterebbe un etto dell’agone del lago di Garda.

Altri studi italiani avevano trovato in precedenza elevate concentrazioni di PFOS in atri tipi di pesce dei laghi del Nord Italia (anguille del lago Garda, persico reale dei  laghi  di Varese e Maggiore, lavarello del lago Maggiore), senza parlare delle anguille di Comacchio, dei mitili del mare Adriatico e di numerose altre specie animali marini e terrestri.

È evidente che le autorità dovrebbero vietare immediatamente la pesca nei laghi contaminati e il consumo del pescato come sola misura in grado di difendere la salute pubblica dai PFAS.

Riferimenti bibliografici

1: Mazzoni M, Buffo A, Cappelli F, Pascariello S, Polesello S, Valsecchi S, Volta P, Bettinetti R. Perfluoroalkyl acids in fish of Italian deep lakes: Environmental and human risk assessment. Sci Total Environ. 2018 Oct 21;653:351-358. doi: 10.1016/j.scitotenv.2018.10.274. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 30412880.

Ancora una volta i funzionari della Regione Veneto sfuggono al confronto con la classe medica veneta sui PFAS

la classe medica veneta, ha ricevuto notizie e informazioni di “elevato spessore contenuto scientifico”(come riconosciuto dai pediatri) soltanto da ISDE, che era sopperito alla richiesta e al bisogno di informazione della comunità medica veneta scientifica su tematiche ambientali connesse con la tutela della salute pubblica. La Regione Veneto continua invece a giocare a nascondino

 

Ieri 10 novembre 2018 i colleghi pediatri della FIMP (Federazione Italiana dei Medici Pediatri)  hanno appreso con rammarico all’inizio dei lavori che la rappresentante della regione Veneto non sarebbe stata presente al loro convegno, contrariamente a quanto precedentemente annunciato.

Il corso di formazione era stato organizzato per presentare e discutere il “pacchetto” dell’organizzazione mondiale della sanità sulle conseguenze per la salute dei bambini dell’inquinamento ambientale, dell’acqua, dell’aria, dei suoli, della catena alimentare. Leggi tutto “Ancora una volta i funzionari della Regione Veneto sfuggono al confronto con la classe medica veneta sui PFAS”

La Regione Veneto non ha fatto emergere il problema PFAS

Quindi la Regione Veneto non ha fatto altro che eseguire le “indicazioni” sui PFAS impartite da altri. E sulla tempestività dell’azione dissento compleamente, se ad oltre 5 anni dalla scoperta del bubbone, ancora vaste zone del Veneto ricevono acqua potabile con concentrazioni di PFAS che in alcuni stati degli USA sarebbero considerate tossiche, mangiano alimenti prodotti nelle zone contaminate anch’essi tossici qualora fossero appicati i nuovi standard sulla TDI contenuti nella bozza dell’EFSA

I politici che governano la Regione Veneto sempre più frequentemente si lanciano in affermazioni che non hanno alcun fondamento sui loro meriti e sul loro impegno riguardo ai risultati induscutibili sulla gestione del caso PFAS in Veneto. Risultati, che è doveroso riconoscerlo, sono stati ottenuti grazie soprattutto alla pressione esercitata dalle associazioni e dai movimenti spontanei di cittadini, in  l’Associazione Medici per l’Ambiente-ISDE Italia Onlus, Il circolo di Legambiente  Perla Blu di Cologna Veneta (VR) e il Coordinamento Acqua libera da PFAS. Solo in seguito, e soltanto  dopo aver dormito per anni, si sono aggiunti altri gruppi, vedi Mamme No PFAS, che sono riusciti a conquistare la scena mediatica e a stabilire rapporti privilegiati con il governatore Zaia e i suoi assessori con i quali, avrebbe detto qualche mamma, “bisogna mediare”. Mediare sulla salute dei suoi figli? Contenta lei .. Leggi tutto “La Regione Veneto non ha fatto emergere il problema PFAS”

GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?

la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX

Il GenX è uno dei 4730 composti della famiglia dei PFAS  ufficialmente riconosciuti dall’OECD in uno studio recente. Fu introdotto qualche anno fa dalla DuPont per il sostituire il PFOA nel processo di produzione delle pellicole antiaderenti al Teflon da applicare sulle pentole e di numerosi altri prodotti di consumo e utilizzo quotidiano. Definito dalla DuPont come dotato “di un profilo tossicologico più favorevole” in realtà ha le stesse proprietà chimico-fisiche di tutti gli altri PFAS: è tossico, persistente, si accumula negli orgnismi viventi . Ancor prima che la EPA americana ne autorizzasse la commercializzazione e  la FDA il suo utilizzo per i contenitori per alimenti, la DuPont aveva condotto studi negli animali di laboratorio che ne attestavano inequivocabilmente la cancerogenicità. Sappiamo che la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX: oltre a vari tipi di cancro, anche danni al fegato, alterazioni del colesterolo, basso peso alla nascita ecc. Come si vede sono gli effetti tossici tipici dei PFAS. Leggi tutto “GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?”

Plasmaferesi per i PFAS – Paradigma dei danni dell’ingerenza politica nelle questioni di sanità pubblica

La decisione della Regione Veneto di sospendere l’erogazione della plasmaferesi e lo scambio plasmatico ai soggetti con elevate concentrazioni di PFAS ha suscitato numerose reazioni e lasciato nello sconforto i soggetti che si erano già sottoposti alla procedura e quelli che erano in lista d’attesa. La sospensione è stata decisa in seguito alle dichiarazioni del ministro della salute e di autorevoli ricercatori che hanno avanzato dubbi e critiche sull’appropriatezza delle tecniche di aferesi plasmatica applicata all’eliminazione dei PFAS dal sangue (ne ho scritto in precedenza). Si conferma così  una gestione approssimativa della questione PFAS in Veneto d parte delle Istituzioni regionali e nazionali che ancora una volta si lanciano accuse reciproche. Se è vero Leggi tutto “Plasmaferesi per i PFAS – Paradigma dei danni dell’ingerenza politica nelle questioni di sanità pubblica”

Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

La Giunta Regionale del Veneto con la deliberazione n.851 del 13 giugno 2017 [1]  dal  titolo  Approvazione II livello del “Protocollo di screening della popolazione veneta esposta a sostanze perfluoroalchiliche” e del “Trattamento di Soggetti Con Alte Concentrazioni di PFAS”  pubblicata sul BUR del 14 luglio 2017 ” ha stabilito i criteri in base ai quali selezionare i soggetti  cui proporre su base volontaria al trattamento aferetico per la “riduzione” della concentrazione dei PFAS dal sangue.

aferesi
aferesi (immagine da Internet)

Aferesi è un termine che significa portare via, togliere. In questo caso si tratta di togliere il plasma e cioè la parte liquida del sangue nel quale sono dispersi sali, vitamine, farmaci, proteine (principalmente l’albumina, la proteina cui si legano i PFAS) e sostituirlo con una soluzione che rimpiazzi il volume tolto. L’aferesi del plasma può essere parziale, come avviene per esempio con i donatori di sangue nei quali si tolgono 500-600 cc di plasma ad ogni donazione oppure (quasi)totale e in questo caso la procedura si chiama scambio plasmatico o plasma exchange. Con lo Leggi tutto “Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità”

Dottore, ho fatto gli esami per i PFAS nel sangue. Cosa vuol dire?

Sempre più spesso ricevo richieste di commenti  sui risultati del dosaggio dei PFAS che tante persone si stanno facendo fare in privato. Premesso che sconsiglio vivamente di spendere soldi inutilmente per farsi fare questi esami (io non li ho fatti per esempio e non li ho fatti fare a nessuno dei miei familiari), d’ora in poi non risponderò più in privato a richiesti del genere, anche perché non ho proprio il tempo per star dietro a ogni singola richiesta.

Posto qui una rispsota che ho dato ad un mio amico la cui figlia ha 12 ng/g di PFOA e 5 ng/g di PFOS, con valori più inferiori per glli altri pfas. Leggi tutto “Dottore, ho fatto gli esami per i PFAS nel sangue. Cosa vuol dire?”

Chi ha avvelenato i pozzi in provincia di Vicenza?

Sarebbe importante che i politici e i funzionari rispondessero a questa domanda. Il termine di avvelenamento dei pozzi da PFAS è stato usato durante l’apertura della conferenza internazionale sui PFAS del 22-23 Febbraio 2017 a Venezia.

Gli interventi della prima giornata erano visibili fino al 16 agosto c.a. (data dell’ultima visione) cliccando da questo indirizzo del portale della Regione Veneto. Ma ora il collegamento sembra non funzionare più. Infatti se provate a cliccare su entrambi i link arrivate sempre alla registrazione della seconda giornata; la registrazione degli interventi della prima giornata non è più disponibile.

Chi ha avvelenato i pozzi in provincia di Vicenza? (breve video) Leggi tutto “Chi ha avvelenato i pozzi in provincia di Vicenza?”