A quando il divieto di consumo dell’agone nel lago di Garda e degli altri laghi subalpini del Nord Italia?

elevate concentrazioni di PFOS in atri tipi di pesce dei laghi del Nord Italia (anguille del lago Garda, persico reale dei laghi di Varese e Maggiore, lavarello del lago Maggiore), senza parlare delle anguille di Comacchio, dei mitili del mare Adriatico e di numerose altre specie animali marini e terrestri.

Agoni o sarde di lago. Di Paolo Perini] – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34113244

L’agone (Alosa agone  sinonimo Alosa fallax lacustris) è un pesce di acqua dolce appartenente alla famiglia dei Clupeidi dell’ordine degli Clupeiformes, ci dice Wikipedia. L’agone è molto apprezzato non solo localmente attorno principali laghi del Nord Italia e ma è anche commercializzato a lontano dal luogo di pesca; piò essere consumato fresco, essiccato o sotto sale, come le sarde. Sul lago di Garda è conosciuta anche come sarda di lago. Ricordo di averla mangiata una sola volta, qualche anno fa, dopo una bellissima gita alle incisioni rupestri di Torri del Benaco, guidati dal mio amico Mario Plazio e da Angelo Peretti, il noto gourmet, scrittore di vini e di cucina nonché  ideatore del sito Internet Gourmet .

Anche se molto gustosa, non mangerò mai più la sarda di lago caso mai ripassassi dalle parti del Garda o di qualsiasi altro lago del Nord Italia, E consiglio anche voi di non mangiarle, a meno che non vogliate farvi un carico di PFAS e di altri interferenti endocrini per esempio la diossina qualora vi trovaste dalle parti di Lazise, Bardolino ecc.

Uno studio recente ha esaminato campioni di Agoni pescati nei principali laghi del Nord Italia (Garda, Iseo, Como, Maggiore, Mergozzo). Gli autori hanno cercato una ventina di PFAS, fra cui quelli dosati dalla Regione Veneto nell’acqua,  negli alimenti e nel nostro sangue.

E li  hanno trovati, Soprattutto negli agoni pescati nel Lago Maggiore le concentrazioni di PFOS sono risultate preoccupanti, fino a 16,6 nanogrammi per grammo (ng/g)  di filetto. L’esemplare più “genuino”, per così dire,  ne aveva “soltanto” 0,4 ng/g   e proveniva dal lago di Iseo. Nei campioni provenienti dal Garda c’erano concentrazioni intermedie, fra 1,7 e 4,8 ng/g.

 Gli autori dello studio, forse perché un po’ deboli di stomaco, si sono limitati ad esaminare le parti nobili dei pesci, i filetti. Se avessero usato il pesce intero, le concentrazioni di PFOS, che si accumula molto di più nel fegato e nelle visceri rispetto ai muscoli dei pesci, sarebbero probabilmente risultate molto più alte.

Per inciso, il PFOA era assente in quasi  tutti i campioni (o più precisamente inferiore al limite rilevabile), mentre la somma degli altri PFAS era sempre inferiore a quella del solo PFOS.

Gli autori sono tutto sommato tranquillizzanti nello loro conclusioni. Infatti, dicono, in base ai valori di  dose giornaliera tollerabile di PFOS (la famigerata  TDI proposta nel lontano 2008 dall’EFSA), soltanto in qualche esemplare di sarda del lago Maggiore le concentrazioni sono tali da far superare, negli abituali mangiatori di quella specie di pesce, la dose massima “consentita”. Ricordiamo che La TDI indicherebbe la dose massima di una sostanza estranea che può essere ingerita per ogni kilo di peso corporeo senza pericolo, dicono gli scienziati che si sono inventati questa storia della dose minima di veleno giornaliero consentito . Ma nel caso di molecole artificiali come i PFAS non esiste una dose per quanto minima di veleno che si può ingerire quotidianamente senza pericolo per la propria salute.

Un po’ sommessamente, ricordano che ci sono tuttavia altri valori di TDI proposti nel mondo, per esempio quelli dell’Australia e della Nuova Zelanda che per il PFOS sono di 20 ng/kg di peso al giorno. La TDI proposta dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza sugli alimenti che a sede a Parma) è per il PFOS di 150 ng/kg al giorno (quindi otto volte superiore a quella australiana) e di 1500 ng/kg al giorno per il PFOA.

Quindi se gli agoni del lago Maggiore fossero esportati in Oceania, probabilmente glieli rispedirebbero indietro per evitare di intossicare i cittadini australiani.

E anche in Europa la musica potrebbe presto cambiare se  la commissione europea si decidesse finalmente a far diventare legge le nuove TDI proposte dall’EFSA oramai due anni fa: per il PFOA 6 ng/kg a settimana (0,85 ng/kg/al giorno)  cioè una dose giornaliera 1875 inferiore a quella precedente. Per il PFOS la TDI è stata abbassata a 13 ng/kg a settimana (1,85 ng/kg al giorno), cioè 80 di volte di meno rispetto alla TDI del 2008.

Cosa significano questi numeri?

Facciamo un rapido calcolo e crediamo che se mangiaste soltanto un etto dell’agone del lago Maggiore con 16,6 ng/g di filetto, introdurreste un totale di 1660  (16,6 x 100) ng di PFOS, cioè la dose sufficiente per quasi due anni e mezzo (897 giorni per la precisione , cioè 1660 diviso 1,85).

Lascio a voi di calcolare per quanti giorni basterebbe un etto dell’agone del lago di Garda.

Altri studi italiani avevano trovato in precedenza elevate concentrazioni di PFOS in atri tipi di pesce dei laghi del Nord Italia (anguille del lago Garda, persico reale dei  laghi  di Varese e Maggiore, lavarello del lago Maggiore), senza parlare delle anguille di Comacchio, dei mitili del mare Adriatico e di numerose altre specie animali marini e terrestri.

È evidente che le autorità dovrebbero vietare immediatamente la pesca nei laghi contaminati e il consumo del pescato come sola misura in grado di difendere la salute pubblica dai PFAS.

Riferimenti bibliografici

1: Mazzoni M, Buffo A, Cappelli F, Pascariello S, Polesello S, Valsecchi S, Volta P, Bettinetti R. Perfluoroalkyl acids in fish of Italian deep lakes: Environmental and human risk assessment. Sci Total Environ. 2018 Oct 21;653:351-358. doi: 10.1016/j.scitotenv.2018.10.274. [Epub ahead of print] PubMed PMID: 30412880.

Un commento su “A quando il divieto di consumo dell’agone nel lago di Garda e degli altri laghi subalpini del Nord Italia?”

  1. Gentile dott. Cordiano, al di la’ delle spiritosaggini ammiccanti alla nostra presunta volontà di velare i dati, ci sono alcune considerazioni che desiderei precisare.
    Riguardo alla questione filetto-pesce, la invito a rileggere meglio il lavoro (e i Supplementary materials) nel quale sono analizzati, per un certo numero di campioni, sia il filetto che il pesce intero. Questo ha permesso di proporre una relazione da cui stimare le concentrazioni sul pesce intero dalle concentrazioni del filetto. Il filetto infatti è maggiormente usato nelle campagne di monitoraggio già in corso per la protezione del consumatore.
    Tenete comunque presente che questo studio (e le relative campgne di prelievo e misura) sono state fatte nell’ambito di uno studio più ampio per una tesi di dottorato e non hanno ricevuto alcun tipo di finanziamento esterno.
    Nell’articolo si riportano anche dati preliminari di distribuzione di PFOS nei diversi tessuti, sul quale ci proponiamo di pubblicare un articolo più completo.
    E’ inutile ricordare che nel caso di questi pesci di taglia media, il filetto è la parte edibile, mentre la concentrazione sul pesce intero ha valenza per la protezione dei predatori della catena alimentare acquatica.
    Riguardo al TDI, concordo che la valutazione finale sarebbe stata diversa prendendo in considerazione i nuovi valori EFSA (che non erano ancora ufficiali quando abbiamo steso il lavoro). Però nella sua valutazione commette alcune imprecisioni. Il TDI è la dose giornaliera (cioè assunta tutti i giorni) che può generare un effetto adverso, per kg di peso corporeo che lei ha omesso nel calcolo. Per un uomo di 70 kg, risulterebbero circa 13 giorni, non 897.
    Nel calcolo dei limiti, come riportato nell’articolo, c’è anche un fattore di allocazione basato su una stima del consumo medio giornaliero di pesce (di acqua dolce e di mare) su scala europea, inclusi gli scandinavi. Secondo me una stima seria del rischio a scala locale dovrebbe valutare un consumo realistico di pesce di lago, tenendo conto dell’insieme dell’esposizione alimentare. Ma anche lei ammette di aver mangiato agoni una volta sola nella vita, se mi è permessa una battuta.
    Infine posso dirle che ho analizzato pesce e mitili (nonchè uova di pinguino) in diverse parti d’Italia e del mondo, e spesso si ritrovano tracce di PFOS, la cui sorgente è stata l’uso generale di queste sostanze nella vita quorìtidiana. E’ difficile riuscire a non esser esposti a queste sostanze per la loro accumulabilità e persistenza, a meno di non mangiare piu’ nulla.
    Il ruolo della nostra attività scientifica è comunque quello di evidenziare il problema (e lo abbiamo fatto per primi) nei diversi comparti, di darne una misura del rischio sulla base dei dati disponibili e di operare perche’ certe sostanze siano tolte dal mercato all’origine. In questo le assicuro, nonostante le sue ironie, stiamo lavorando con gli organismi europei competenti.

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